Le zone FAO: una guida alla tracciabilità del pescato

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Zone FAO: cosa sono e perché sono importanti

Le zone FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) rappresentano una suddivisione geografica delle aree di pesca nel mondo. Ogni zona è numerata e mappata per garantire la tracciabilità dei prodotti ittici, favorire una gestione sostenibile delle risorse marine e monitorare le attività di pesca in modo responsabile.

Perché è importante la tracciabilità del pescato?

Sapere da dove proviene il pesce non è solo una questione di trasparenza per i consumatori, ma anche di sostenibilità. Alcune aree del mondo sono più vulnerabili al sovrasfruttamento delle risorse ittiche, mentre altre mantengono un equilibrio grazie a rigide normative locali. Le zone FAO aiutano a monitorare questi aspetti e a gestire meglio le risorse marine.

Etichetta e obblighi di legge

In Unione Europea, l’indicazione della zona FAO è obbligatoria (Reg. UE 1379/2013).
Deve comparire su:

  • Pesce fresco e congelato
  • Prodotti trasformati: conserve, filetti, sott’olio, affumicati, salati

In etichetta devono essere riportati:

  • Denominazione commerciale della specie
  • Metodo di produzione (pescato o allevato)
  • Zona FAO di cattura o allevamento
  • Stato fisico (fresco, congelato, ecc.)

Questo sistema permette ai consumatori di conoscere la provenienza del pesce, verificare la sostenibilità delle pratiche di pesca e avere la certezza di un prodotto tracciabile e sicuro.

Come funzionano le zone FAO?

Il mondo è suddiviso in 19 zone principali, a loro volta ripartite in sottosezioni per una maggiore precisione. Le aree comprendono oceani e mari come l’Atlantico, il Pacifico e il Mediterraneo.

Ogni numero FAO identifica una zona specifica di pesca e viene riportato sulle etichette dei prodotti ittici confezionati o venduti al dettaglio, così che i consumatori possano conoscere con esattezza la provenienza del pesce.

Un esempio pratico: la zona FAO n° 37

La zona FAO n° 37 comprende il Mar Mediterraneo e il Mar Nero. I prodotti ittici con questo numero provengono da aree ricche di biodiversità marina, da sempre legate alla tradizione della pesca locale.

Le 19 zone FAO nel dettaglio

Le zone FAO suddividono le acque marine e interne del pianeta in grandi aree geografiche di pesca, stabilite dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura.
In totale sono 19 aree principali, a loro volta articolate in sottoregioni, che permettono di identificare con precisione l’origine del pescato e di garantire una gestione più trasparente e sostenibile delle risorse.

La maggior parte di queste zone riguarda mari e oceani (17 aree), mentre due sono dedicate alle acque interne, come i grandi laghi africani e i principali fiumi e bacini di Asia e America. Nelle etichette dei prodotti ittici in commercio compaiono quindi quasi sempre le zone marine, mentre le zone di acque interne sono più rilevanti per la pesca locale.

(*) FAO 87 – Che cos’è El Niño?
El Niño è un fenomeno climatico naturale che si manifesta periodicamente nell’Oceano Pacifico equatoriale, quando le acque superficiali si riscaldano più del normale.
Questo altera le correnti marine e atmosferiche, riducendo l’apporto di nutrienti e causando un crollo della produttività ittica, in particolare lungo le coste di Perù e Cile.
Le conseguenze si avvertono anche a livello globale, con siccità, piogge anomale e variazioni di temperatura in diverse regioni del mondo.

Principali zone di pesca FAO

Rischi e criticità ambientali

Dietro la classificazione delle zone FAO non c’è soltanto la volontà di informare i consumatori, ma anche la necessità di proteggere i mari da una serie di minacce sempre più pressanti.

La prima, e più evidente, è il sovrasfruttamento delle risorse ittiche: in molte aree del mondo si pesca più di quanto il mare riesca a rigenerare. Questo non solo riduce la disponibilità di pesce, ma mette a rischio interi ecosistemi e le comunità che da secoli vivono di pesca.

A questo si aggiunge il problema dell’inquinamento, che non conosce confini: plastica, microplastiche, scarichi industriali e agricoli, metalli pesanti come il mercurio finiscono in mare e si accumulano nella catena alimentare. I grandi predatori, come il tonno o il pesce spada, sono spesso i più esposti, ma il rischio riguarda anche specie di consumo comune.

Un’altra criticità globale è rappresentata dai cambiamenti climatici. L’aumento delle temperature e l’acidificazione degli oceani stanno modificando le rotte migratorie dei pesci, alterando gli equilibri naturali. Alcune specie si spostano verso acque più fredde, altre diminuiscono drasticamente. Questo rende ancora più complessa la gestione sostenibile delle risorse.

In sintesi, le zone FAO non servono solo a “mettere un numero” sull’etichetta, ma sono uno strumento indispensabile per leggere questi problemi a livello mondiale, monitorarli e, quando possibile, prevenirli.

Caso particolare: Fukushima

Zona FAO: 61 (Pacifico Nord-Ovest)

Un esempio emblematico della necessità di trasparenza è quello di Fukushima. Dopo l’incidente nucleare del 2011, le autorità europee e internazionali hanno imposto restrizioni molto severe sull’importazione di pesce e prodotti marini provenienti da alcune prefetture giapponesi, tra cui Fukushima stessa.

Non è stata creata una nuova zona FAO: i prodotti rientrano nella FAO 61 (Pacifico Nord-Ovest), ma sono sottoposti a controlli straordinari sui livelli di radioattività e sulla tracciabilità. Nel corso degli anni, diverse restrizioni sono state gradualmente revocate, a seguito di monitoraggi che hanno certificato la sicurezza di molte specie. Tuttavia, il tema resta sensibile e per questo, in alcuni casi, le etichette riportano non solo il numero FAO, ma anche la prefettura di origine, a garanzia della massima trasparenza.

Fukushima è quindi diventato un simbolo di come gli incidenti ambientali possano incidere sulla percezione e sul commercio internazionale dei prodotti ittici, e di quanto sia importante il sistema FAO per gestire la fiducia dei consumatori.

Altri casi emblematici

Quello di Fukushima non è l’unico episodio che ha sollevato l’attenzione sulla sicurezza del pescato. Nel Golfo del Messico, ad esempio, il disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon (2010) provocò una delle peggiori fuoriuscite di greggio della storia. Intere aree di pesca furono chiuse per mesi: la contaminazione da idrocarburi aveva reso impossibile garantire la salubrità dei prodotti.

Il Mar Mediterraneo, invece, rappresenta un caso diverso: non un singolo evento, ma un accumulo costante di microplastiche e metalli pesanti. Specie pregiate come il tonno rosso o il pesce spada hanno spesso livelli elevati di mercurio, al punto che le autorità sanitarie raccomandano un consumo moderato, in particolare per bambini e donne in gravidanza.

Nelle acque del Mare di Barents e dell’Artico, gli studi hanno rilevato la presenza di piombo e mercurio derivanti dall’attività industriale. Anche qui non ci sono stati blocchi commerciali, ma il tema rimane aperto.

Infine, il Mar Caspio soffre da decenni di un forte inquinamento dovuto alle estrazioni petrolifere e agli scarichi agricoli. La vittima più simbolica è lo storione del Caspio, da cui si ricava il caviale, oggi seriamente a rischio.

Questi casi dimostrano che, accanto alla classificazione FAO, serve sempre un monitoraggio attento delle condizioni ambientali: un’etichetta trasparente è importante, ma non basta senza un controllo continuo della qualità delle acque e della salute degli ecosistemi marini.

Fonti ufficiali

FAO – Major Fishing Areas, Regolamento (UE) n. 1379/2013, Regolamento (UE) n. 1169/2011, EFSA – Mercury and contaminants in fish, UNEP – Marine pollution reports, NOAA – Deepwater Horizon Spill Reports, Commissione Europea – DG SANTE (misure post-Fukushima)

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